25 de marzo de 2017

"Lacan e l'estetica", di Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo -Mimesis edizioni-. Un'interpretazione che mobiliti il desiderio, da Marco Focchi

Presentazione della tavola rotonda che ha avuto luogo venerdì 24 febbraio 2017 presso l'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza, in occasione della presentazione del libro di Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo, "Lacan e l'estetica", Mimesis edizioni.
 
Il libro di Matteo Bonazzi e di Daniele Tonazzo di cui parliamo questa sera ha come titolo “Lacan e l’estetica”. È un testo nel quale, per via del titolo, ci si aspetterebbe di trovare discorsi sull’estetica nel senso in cui la si intende abitualmente: una teoria dell’arte, riflessioni sul bello, considerazioni sula sublimazione. Ci si incontra invece con qualcosa di completamente differente, anche se uno dei lemmi che compongono il volume è effettivamente dedicato al bello. Gli autori vanno infatti in cerca di qualcosa di diverso, esplorando le due dimensioni che abbiamo messo nel titolo del dibattito di questa sera: il dire e il sentire, cioè il linguaggio, per un verso, e per un altro verso una dimensione che invece sfugge alla presa linguistica, che non è propriamente afferrabile dal linguaggio e che si può riconoscere come collegata alla nozione di godimento che Lacan presenta nel suo ultimo insegnamento. 

​Dire e sentire sono due coordinate che si possono interpretare in modi differenti. Un modo potrebbe essere quello che va nel senso di sottolineare la divergenza tra dire e sentire,  dove il primo si riferisce al primo insegnamento di Lacan, più legato al linguaggio, più incentrato sui temi linguistici, e il secondo invece è più incentrato sull’ultimo insegnamento, dove troviamo una valorizzazione del godimento. Non è però la via scelta dagli autori, che propongono piuttosto un intreccio, un’esplorazione dell’intersecarsi di queste due dimensioni, soprattutto nell’aspetto in cui il dire si deposita nella scrittura e diventa lettera che si scrive sul corpo. Questa esplorazione del dire e del sentire implica il fatto di tener conto del corpo, perché rivolgersi al sentire significa mettere in gioco il corpo attraversato da forze che lo stimolano, lo sollecitano, lo eccitano.

Per quanto il libro sia piuttosto teorico e sia incentrato su commenti di temi di Lacan presenti nelle diverse fasi del suo insegnamento, implica tuttavia un risvolto clinico, chiama in causa una clinica designabile sotto il termine di “inconscio estetico”, espressione che gli autori propongono in qualcuno dei lemmi. C’è da una parte quello che potremmo chiamare l’inconscio del logico puro, l’inconscio del Lacan classico, del periodo degli anni Cinquanta, strutturalista, e dall’altra quello che gli autori chiamano l’inconscio estetico, cioè l’inconscio, in un certo senso, sentito. Con questo si tocca un aspetto che è importante valorizzare, perché nella storia della psicoanalisi la psicologia dell’Io, per esempio, è andata in crisi come clinica proprio perché ha abbracciato una lettura cognitiva dell’inconscio, ha aderito all’idea che la rivelazione di senso, l’insight, come lo chiamano gli americani, è qualcosa in grado di mettere in moto automaticamente dei processi di pacificazione dei conflitti, di risoluzione delle tematiche nevrotiche. Gli autori della psicologia dell’Io hanno infatti trascurato, o quanto meno trattato in modo subordinato ai processi cognitivi, tutto quello che riguarda l’aspetto pulsionale, il sentire, l’idea che il corpo sia attraversato da forze che si fanno sentire e che fanno sentire. Il termine “forza” nel nostro campo, nella psicoanalisi, ha un nome, che è quello di “pulsione”. È il corpo pulsionale che è in gioco, è il corpo attraversato dalle forze pulsionali.

Alla luce di questo possiamo desumere, dall’interessante lavoro che propongono Bonazzi e Tonazzo, un’altra chiave di comprensione di come funziona il lavoro in psicoanalisi, evidenziando un’interpretazione che non parla solo sul piano linguistico, sul piano cognitivo, sul piano del senso, e fa invece sentire quel che tocca il corpo, che mette in gioco le forze che attraversano il corpo. Si tratta di uscire dallo schema della rappresentazione e del senso per vedere cosa si può fare con le parole di diverso dalla comunicazione che presuppone una relazione con l’Io, che ha come interlocutore l’Io, armato di tutte le sue funzioni critiche e difensive.
La questione è dunque a chi e a cosa ci si rivolge con le parole, e cosa con queste si può fare. Il problema può apparire chiaro in alcuni esempi interessanti considerati anche fuori dal campo psicoanalitico.

Prendiamo il caso delle sigarette. Il fumo fa male e lo si vuole combattere. Si pensa allora di trasmettere un messaggio negativo, con il quale contrastare il vizio in chi lo ha contratto. Per scoraggiare il fumatore le sigarette portano diciture terribilmente minacciose: “il fumo uccide”, “fa venire il cancro”, “rende impotenti” – questo funziona solo per il pubblico maschile, ma ce n’è una versione che investe anche quello femminile: “il fumo danneggia la tua fertilità”. C’è di che spaventarsi, ma sappiamo che queste modalità di informazione fondate sulla  minaccia non frenano gran che i fumatori, in primo luogo perché sono generiche, e uno sente che magari è vero che il fumo fa sì male, ma fa male agli altri, la minaccia non riguarda lui. In secondo luogo questi messaggi si rivolgono all’intelletto, parlano al cervello, e trovano tutte le difese ben piazzate, vengono quindi rifiutati con ironia o semplicemente non ascoltati. È strano come i pubblicitari che hanno studiato queste campagne, che dovrebbero avere una certa esperienza, riescano a trovare soltanto vie così poco efficaci per trasmettere il loro messaggio. 

Nella tradizione pubblicitaria c’è stato chi ha trovato modi di comunicazione senz'altro più incisivi. Edward Bernays, il nipote di Freud, che è l’inventore delle pubbliche relazioni e della propaganda, negli anni Venti aveva realizzato una campagna non per far smettere di fumare, ma per fare fumare le donne. A quel tempo in America era considerato tabù che una donna fumasse per strada, era scandaloso, e questo dimezzava i profitti potenziali delle compagnie produttrici di tabacco e di sigarette che, per modificare questa situazione, decisero di interpellare come consulente Bernays. Gli chiesero così di pensare una campagna per promuovere il fumo nelle donne, e Bernays ebbe un’idea formidabile, che è diventata un’esempio topico nella storia della pubblicità. Assoldò una ventina di suffragette con l’idea di farle passeggiare per la quinta Avenue a New York,  preparando l’evento e chiamando la stampa e i fotografi. A un suo segnale le donne, vestite in modo da non passare inosservate, avrebbero tirato fuori dalla gonna delle sigarette e, con un gesto teatrale, le avrebbero accese e si sarebbero messe ostentatamente a fumare. Bernays aveva già predisposto tutto perché la scena finisse con gran clamore sui giornali, e in effetti il giorno dopo l’evento fu presentato con il titolo “Fiaccole per la libertà”.

Capite che questo non è un messaggio che parla al cervello, come le minacce con le quali si spera di indurre a non fumare. È qualcosa che parla alle corde più profonde dell’essere, che fa sensazione. Innanzi tutto fa sentire le donne più libere se fumano, perché l’immagine delle “fiaccole della libertà” si associa all’idea della Statua della Libertà, e con questo a tutti i miti fondativi del Paese, ma soprattutto fa leva su una trasgressione, sulla rottura di un vincolo, su un desiderio, e non su un dovere, come potrebbe essere quello di preservare la propria salute. Una donna non è più libera perché fuma, ma è più libera perché fa un gesto che prima non le era consentito. Che questo gesto sia quello di fumare è il capolavoro di Bernays. Alcuni anni dopo Bernays si pentì molto della sua campagna e del grande successo che aveva avuto. I profitti dei produttori di sigarette e delle compagnie del tabacco, infatti, si impennarono, ma evidentemente a scapito della salute delle donne.

Ora sembra che i pubblicitari incaricati di studiare le campagne per far diminuire il consumo di fumo abbiano capito l’idea che per muovere qualcosa nella comunicazione bisogna toccare le emozioni più che l’intelletto. In Australia infatti, per scoraggiare il consumo di sigarette, hanno cominciato a obbligare i produttori a confezionare i pacchetti in un colore che, dopo studi approfonditi, è risultato essere considerato come il più brutto del mondo. È una specie di verde-marrone che pare trasmetta un’idea di sporco, di desolazione e di morte. Sembra che questo effettivamente abbia cominciato a far cadere le vendite di sigarette. È un esperimento, e speriamo che funzioni.

Volevo solo proporvi un esempio di cosa si può prendere come interlocutore in un messaggio. Per la pubblicità delle sigarette si tratta di mirare alla sfera emotiva piuttosto che a quella intellettiva. La psicologia dell’Io, nella sua modalità clinica, faceva un errore analogo ai promotori delle campagne basate sulla minaccia che il fumo uccide. Prendeva come interlocutore l’Io, e considerava di doverne vincere le resistenze. Lacan, critico della psicologia dell’Io, prendeva come interlocutore l’inconscio e direi che, nella lettura data Bonazzi e Tonazzo, si tratta di prendere come interlocutore l’inconscio estetico anziché quello del logico puro, perché solo da lì si risveglia la sensazione, solo da lì si fa “sentire”, prima ancora che capire, l’interpretazione, e si può costruire una clinica che non sia debitrice del platonismo, e prigioniera di una concezione della diagnosi, pienamente sviluppata dal DSM, che funziona solo facendo girare degli algoritmi.
 

23 de marzo de 2017

LACAN COTIDIANO. La querella del Votutile, por Jacques-Alain Miller



 
«Finalmente pongan que no he dicho nada» Jean Paulhan

El voto útil se ha vuelto anatema en la izquierda. En Francia insumisa, en el Partido socialista se lo vomita de común acuerdo. ¿Por qué? Porque el voto para Hamon y el voto para Malénchon son, de ahora en más considerados, por una parte no despreciable de su electorado potencial como votos inútiles. ¿Inútiles para qué? Respuesta: para bloquearle el camino al Eliseo a Le Pen.

De ello se deduce que ni Hamon ni Mélenchon podrían admitir que la apuesta de la elección es en definitiva la victoria o la derrota de la jefa del FN. Que todo el mundo lo sepa, el universo entero, no les importa. Hablarán de cualquier cosa menos de la elección muy posible de Marine Le Pen, cuestión que para ellos es lo que se designa en inglés como the elephant in the room. Mientras el hecho desagradable no sea dicho, mientras no lo hayan reconocido continuarán corriendo impunemente encima del abismo que se abre bajo sus pies.

La hora de la verdad

Tal situación se pone a menudo en escena en los dibujos animados. Ilustra una moral muy precisa, que los beneficios del desconocimiento son siempre transitorios, incluso efímeros. Reflexionando bien sobre ello, nos damos cuenta, en definitiva, que el resorte de la dialéctica freudiana de la Anerkennung no es totalmente diferente. Voy a suavizar los colores resplandecientes del razonamiento de Freud para hacer que se lo admita, volverlo justamente anerkannt (recibido, admitido) por personas que yo supondría que han leído y meditado poco o nada al maestro de Viena con el de París (Lacan).

Digamos por aproximación que una idea no reconocida es como no advenida. Su negación se efectúa según modalidades diversas. La idea incómoda es negada, o desmentida, incluso directamente forcluida. Hay Verneinung, o Verleugnung o aún Verwerfung. Ahora, si se quiere admitir que ni Hamon ni Mélenchon han demostrado al público, todo lo contrario, que merecían ser calificados como perversos o psicóticos (¡Menos mal! se indigna el coro), debemos concluir que la negación de la evidencia es en ellos más bien del registro de la negación.

Ellos saben perfectamente de qué se trata -lo han admitido en el sentido de la Behajung, (afirmación), que conlleva un cierto grado de Anerkennung (reconocimiento)- pero no quieren saberlo, para no perder, con la satisfacción que les da su sueño despierto, a los electores a los cuales supieron con arte hacerles compartir este sueño. Ciertamente, a menudo es un esfuerzo no querer saber lo que se sabe, cuando ese saber inhibiría la acción. Pero se exponen a quedarse pasmados.

La hora de la verdad es, de ahora en más, conocida. Sonará precisamente en el momento en que llegarán los resultados de la primera vuelta, el 23 de abril próximo, poco después de las 20. Francia, con excepción de algunos dandis, de las comunidades contemplativas de monjes y monjas de la Iglesia católica, y de una masa indeterminada de atontados, estará delante de sus pantallas o escuchando la radio.

Si, por hipótesis, bajo el efecto de la ineluctable ideología dominante, reforzada por el apoyo inopinado de malos propagandistas de tres al cuarto de mi género, Hamon y Mélenchon no estarán en la segunda vuelta, ¿empujarán a sus partidarios a perseverar en la negación negándose a votar por el adversario de Le Pen? En ese caso, podemos confiar en ellos, no les faltan buenas razones. ¿O bien darán una consigna en el sentido contrario, aunque sea a desgano? Pero, ¿van a seguirlos? ¿O bien sus electores, dopados por la negación desde hace muchos meses, tal vez años, y que se han vuelto adictos a la ilusión lírica, juzgarán que están embarcados, y dejarán el navío navegar por inercia?

Reconozcamos que el espectáculo que nos dan es más apasionante cada día para seguirlo. Si la suerte del país y su desgracia no estuviera en la balanza, aplaudiríamos de buen grado la dramaturgia de este extraordinario juego de incautos y no incautos, verdadero thriller electoral cuyo suspenso tiene algo de ese bello film de terror donde los pájaros hacen de enemigos del género humano, y se reúnen cada vez en mayor número para asesinarlos.

Los no incautos yerran

Basta recorrer el hilo de los comentarios destinados al Club Mediapart para el llamado de los psicoanalistas para los aficionados de ese diario -controversial, pero muy útil, según mi opinión, para la democracia- para ver el descrédito, el olvido, el deterioro en que ha caído la antigua noción de Frente republicano, no solo en la derecha, donde su rechazo es una política deseada y asumida desde hace mucho tiempo, sino ahora también en la izquierda.

Nota bene: un bemol. Recordarán que, en ocasión de las últimas elecciones regionales, y con la orden de la dirección socialista, un Frente republicano improvisado logró in extremis abatir en pleno vuelo la cabalgata triunfal de la Valkiria de dos cabezas. Marine y Marion, en el norte y en el sur del país. Fue al precio de hacer elegir a dos dirigentes de esta derecha a la que llaman republicana, y que manifiestamente lo es cada vez menos. Pero el episodio ya parece lejano.

En el Club, la noción de "Votoutil", como lo escribimos a veces entre nosotros, es execrado, y en la segunda vuelta no menos que en la primera. No es solo que se prefiere en la primera vuelta votar según su convicción más bien que votar por cálculo, sino que se empuja el amor por su convicción hasta sacrificarle en la segunda vuelta toda idea de defensa republicana.

De este modo un clubman erudito que firma con el nombre de Hervé Hervé me reprende: « ¡No le pida más a los pobres que salven a los ricos!"( lo remití al libro Por qué los pobres votan a la derecha). Por su lado, una electora que nunca votó en blanco en su vida se jura hacerlo en mayo próximo si no encuentra en la segunda vuelta un hombre inocente de haber "alimentado largamente el problema". Ella justifica cambiar su paso con estos términos: "El gato escaldado le teme a la marchas de los incautos, los que, conducen precisamente a lo peor".

El mismo deseo prevalente de no ser incauto se expresa en la psicoanalista en formación y con pluma ágil cuya frase cité no hace mucho: "Por mi parte, prefiero ser vencida que incauta". Así, la fórmula enigmática de Lacan, "los no incautos yerran", encuentra una ejemplar ilustración.

Se juran dejar a un lado la segunda vuelta: "Entre un Macron y un Le Pen, prefiero abstenerme".

Terminado el voto "contra", yo voto "por" y únicamente "por", entonces solo en la primera vuelta. Se persuaden que el voto supuesto útil sirve al estatus quo: "Si esta petición es un llamado disfrazado al "voto útil", no cuenten conmigo. Estamos hartos de gente que quiere culpabilizarnos. El FN es la coartada para que nada cambie".

En ese contexto donde pululan los cambios bruscos de opinión irritados, sin duda era inevitable que mi posición termine por ser difamada de este modo: "Nuestra democracia está enferma, JAM, con su voto útil, se propone terminar con ella antes que la Le Pen se encargue."

Un goce indecible

Sin embargo, he guardado para el final las palabras más provocativas, sino mas provocadoras. Son las de un camarada del Club que la mayor parte del tiempo está a buenas conmigo. Esta es la cuestión. Dice en una frase: "La elección de Marine Le Pen a la presidencia de la República la noche de la primera vuelta me procuraría un goce indecible". Es enorme.

El chiste es posible. Sin embargo, ocurre que un chiste es la única vía por la cual un pensamiento inconsciente imposible de reconocer, en el sentido freudiano, llega a abrirse camino hacia el verbo, la puesta en palabras. Por lo tanto, chiste o no, poco importa. Lo que cuenta es que esto haya sido imaginado y verbalizado. veo en el enunciado singularmente atrevido de mi partenaire del Club, la confesión sensacional de la verdad mas escondida en todo este asunto.

En torno de este pensamiento, el más incongruente de todos, parece gravitar la serie azarosa de los cotilleos inexorables con los que se aturden en estos días en la izquierda y en lo más profundo de la izquierda de la izquierda.

¡Pero sí, por supuesto! ¡Cómo de pronto todo se ordena! Esas acritudes, esos lloriqueos, esas negaciones, esas injurias, esas diatribas, esos ukases y esas proscripciones. Esas maldiciones arrojadas sobre el mundo con un verbo gnóstico en nombre de "nosotros, los pequeños, los oscuros, los sin grados". Esos jefes obstinados que permanecerán hasta el final de los finales agarrados a su inflexible "no quiero saber nada de eso". Y para coronar todo, el desfallecimiento, el éxtasis, el arrebato del más afable de los hombres de izquierda bajo el efecto del fantasma de Marine Le Pen elevado súbitamente a la dignidad suprema del Estado francés como por milagro de una Asunción republicana.

¡Quién lo hubiera dicho! ¡Quién lo hubiera creído! El núcleo puro y duro de la izquierda trabajado a sus espaldas por el deseo innombrable de abandonarse en los brazos de la monstruosa Valkiria!
Pausa

De lo sublime a lo ridículo solo hay un paso. Lo mismo ocurre de la interpretación al delirio de interpretación. ¿No es tiempo para mí de marcar una pausa, retroceder un poco en relación conmigo mismo y al resultado indecente al que he llegado? Voy a dejar la pluma un momento.

"Será bueno que me detenga un poco en este lugar, dice Descartes, para que por la amplitud de mi meditación, imprima mas profundamente en mi memoria este nuevo conocimiento."

París, 20 de marzo de 2017


ALGUNAS REFERENCIAS

Tomé mi exergo de Jean Paulhan, sin recordar su fuente. A pedido mío, Nathalie Georges-Lambrichs se dirigió a Claire Paulhan. Esta me recordó que es la frase con que conluye Las Flores de Tarbes (sub título: "o El terror en las letras"); prepublicación en la NRF de junio a octubre 1936; publicación en un volumen de Gallimard en 1940. Agradezco mucho a mis dos corresponsales.


The elephant in the room: El elefante en la habitación; se dice de una situación evidente que nadie aborda (del Wiktionnaire)

Palabras freudianas en aleman: Anerkennung, reconocimiento, confesión; Verneinung, negación (se encuentra en la neurosis, y en todo el mundo); Verleugnung, repudio (propio de la perversión), forclusión (en la psicosis)

Pourquoi les pauvres votent à droite : libro de Thomas Franck, traducido del americano, con un prefacio de Serge Halimi, édiciones Agone, 2014.

Los pájaros: “The Birds”, film de Hitchcock, 1963, a partir de la novela epónima de la escritora británica Daphne du Maurier, 1952 ; se lo considera un «clásico del cine de terror» (tomado de Wikipédia).

Mediapart: https://www.mediapart.fr Se debe estar abonado a esta publicación para tener acceso a todos los intercambios internos del Club y participar en ellos; algunos textos seleccionados por la redacción, figuran sin embargo, con los comentarios en la página de inicio accesible a todos.

Los No-incautos yerran es el título dado por Lacan al libro XXI de su Seminario, se publicará en coedición La Martinière/Le Champ freudien ; sin duda circulan en la red ediciones piratas.

«Nosotros, los pequeños... »: verso extraído del drama en seis actos de Edmond Rostand, L’Aiglon, representado por primera vez el 15 de marzo de 1900 en el teatro Sarah-Bernhardt (ahora teatro de la Ville) en Paris.

La última parte del texto es una parte de la última frase de la segunda Meditación, las seis Meditaciones metafísicas se editaron por primera vez en Paris en 1641, en latín, con el título Meditaciones sobre la filosofía primera, con seis series de Objeciones y Respuestas.
 
Traducción: Silvia Baudini

Establecido por Jacques-Alain Miller, Paidós, 2014.

22 de marzo de 2017

VIII ENAPOL- Asuntos! # 5 -El Rubius (parte 1) Castellano / Portugués


Asuntos
Asuntos! #5
El Rubius (Parte I)
En esta ocasión, los asuntos de familia se nos presentan bajo la forma de un video que se hizo muy popular en Youtube: Draw my life, "dibujo mi vida". Si sabe cómo filmarlo y editarlo, cualquier sujeto podría contarle a nadie en particular, la historia de su vida mientras la ilustra: su origen, su familia, los momentos más importantes y aquello en lo que devino. Si acepta el reto, siendo parte de una serie tratará de ser original, le está prohibido aburrir. Tocar una tecla que indique lo real sería imperdonable. Cuenta, porque está conforme con el final –al menos por ahora.
Draw my life muestra con suma claridad que contar produce satisfacción, y que siempre se trata de hacer formas.
Renato Andrade
Responsable de la NEL del VIII ENAPOL

Nesta ocasião, os assuntos de família se apresentam sob a forma de um vídeo que se tornou muito popular no Youtube: Draw my life, "Desenho minha vida". Sabe-se como filmá-lo e editá-lo, qualquer sujeito poderia contar a qualquer um a história de sua vida enquanto a ilustra: sua origem, sua família, os momentos mais importantes e aquilo em que se tornou. Se aceitar o desafio, sendo parte de uma série, tratará de ser original, lhe é proibido entediar. Tocar em uma tecla que indique o real seria imperdoável. Conta porque está conformado com o final – ao menos por ora.

Draw my life mostra com suma clareza que contar produz satisfação e que sempre se trata de fazer formas.

Renato Andrade
Responsável da NEL no VIII ENAPOL


Tradução: Vera Avellar Ribeiro



Ay paaaapa, dibuhame la via
Johnny Gavlovsky (NEL)
Fapol NEL NEL EBP

 

20 de marzo de 2017

Novedad: "Una pragmática de la fragilidad humana. Vida y trabajo en el capitalismo impaciente". -EdiUoc, 2017-, por Eugenio Díaz. (Coordinador)


¿El capitalismo es contrario a la vida y a las personas? 

Si todavía no han visto la serie inglesa Black Mirror, les invito a hacerlo. Le mostrará, no sin inquietarle, la deriva actual del capitalismo. Impaciente, en su desenfrenada carrera por obtener la mayor rentabilidad en el menor tiempo posible, con la cifra como fetiche. 

La serie le permitirá captar el impacto y las consecuencias subjetivas y sociales que tiene esa impaciencia en la vida cotidiana de las personas, sus efectos de alienación, infantilización, desresponsabilización y desamparo. Parece confirmar la tesis del sociólogo del trabajo Richard Sennet, que nos recordaba que el capitalismo se estaba volviendo cada vez más hostil a la vida. Y que Jacques Lacan anunciaba en los 70, sobre los efectos de la globalización que generaba procesos cada vez más extensos de segregación.

Z. Bauman, a su vez, mostró en sus textos, cómo los ciudadanos nos convertimos cada vez más en consumidores (consumidores consumidos y consumibles al mismo tiempo), empujados al trabajo máquina. Cómo los derechos de los trabajadores no son ya sino un obstáculo, y cómo lo dinámico, versátil, y flexible acaban siendo eufemismos de precariedad, fragililización, y segregación. 

La trampa de esta lógica, que Donald Trump no duda en usar sin pudor, a cielo abierto, es que el otro -cualquiera, su vecino, un refugiado, finalmente vd. mismo- es siempre deudor, culpable y en consecuencia desechable. 

Este capitalismo impaciente, promueve una concepción utilitarista de la vida que acaba convirtiéndola en una psicopatología permanentemente a medicar, en donde los síntomas son considerados trastornos mentales sin relación alguna con la subjetividad y la responsabilidad, y las personas potenciales enfermos mentales crónicos.

Así, todo es susceptible de ser gestionado como un programa, desde las emociones hasta las relaciones sociales y laborales. Protocolos y evaluación, son considerados el sumun de la eficacia. Se trata de la ilusión del “cero defectos”, como ha señalado brillantemente Eric Laurent.

¿Qué lugar queda entonces para aquellos que no siguen ese ritmo infernal? Afortunadamente la realidad es más compleja que reducir el hombre y sus actos a una máquina programable. Hay otra lógica posible para entender y operar con la fragilidad humana. Otra manera de hacer con el trabajo, con la vida, en nuestra época tal como hemos podido comprobar en una reciente investigación (Una pragmática de la fragilidad humana. Vida y trabajo en el capitalismo impaciente. EdiUoc). 

Se trata de una experiencia en el marco de una empresa social, que toma muy en cuenta la subjetividad de los que en ella trabaja, y que nos muestra cómo se obtienen resultados económicos y al tiempo se construyen vínculos para la vida. Para una “vida buena”, sabiendo que la vida es una elección que implica siempre una pérdida. Aceptando por tanto que “no todo es posible” (a contracorriente del imperativo feroz de los cantos de sirena del márquetin más agresivo como el “Nothing is imposible”), y que ese imposible es la condición misma del deseo y del aprendizaje.

Sabiendo también que el “buena”, se refiere a la posibilidad para cada uno de construir un lugar propio en la sociedad, alejándose de una concepción moral de lo bueno, que estaría más bien del lado del hedonismo de masas de la “buena vida”.

Se trata de una pragmática, por tanto de una manera de hacer que incluye como punto de orientación el valor de las diferencias, de la cooperación y la corresponsabilidad.

La investigación -alrededor de lo realizado por la Fundació Cassià Just -en sus más de 20 años de funcionamiento como empresa de economía social (Cuina Justa), y con sus laboratorios sobre adolescencias y familias- nos ha enseñado que las fragilidades es lo más profundamente humano. Tener “cura” de ellas es el reto de una sociedad democrática que apuesta por hacer frente a la exclusión de ese capitalismo impaciente, que no tiene espera para aquellos que necesitan otro tiempo, el suyo propio.

Acto de presentación del libro:

Una pragmática de la fragilidad humana 
 Colección Laboratorio de Educación Social de EdiUOC

Viernes 7 abril a las 19 hs 

Sala Cotxeres del Palau Robert

19 de marzo de 2017

LE MESSAGER DE LA SEMAINE DU 18 AU 25 MARS 2017



["ECF secrétaire"]
La psychanalyse vous permettrait d'espérer assurément de tirer au clair l'inconscient dont vous êtes sujet - J. Lacan
ECF RUE HUYSMANS
1, rue Huysmans 75006 PARIS - 01 45 49 02 68
ECF LE SITE
Le Front dit national réduit la nationalité aux ancêtres. Il en fait, non un choix de tous les jours, mais un héritage archaïque. Il est l'avatar actuel du séculaire courant contre-révolutionnaire qui naquit jadis de l'hostilité aux Lumières, gloire de la France. Ce courant d'idées a déjà été au pouvoir : ce fut, sous l'Occupation nazie, l'aventure de la Collaboration. Qui est tenté par une seconde expérience oublie ou ignore la nature abjecte de la première...
LIRE LA SUITE ET SIGNER
1ere soirée préparatoire au XIe Congrès
de l'Association Mondiale de Psychanalyse
Barcelone 2-6 avril 2018

Mercredi 22 mars, 21h15
Local de l'ECF 1, Rue Huysmans, 75006 Paris
L'ENFANT ROND DE FICELLE
Nous vous invitons à participer à la première soirée préparatoire au Congrès de l'AMP sur le thème La psychose ordinaire et les autres, sous transfert. Ce thème nous confronte au plus vif de la clinique analytique et comporte « non seulement à interroger l'analyse, mais à interroger les analystes, afin qu'ils rendent compte de ce que leur pratique a de hasardeux, qui justifie Freud d'avoir existé ».[1]
Deux cas y seront présentés. Ils nous donneront l'occasion de nous avancer dans un exercice de lecture visant à cerner la modalité singulière dont chaque parlêtre s'arrange des effets de sens, des effets de jouissance et des effets de non-rapport. Autrement dit, comment chacune de ces deux femmes se débrouille pour faire tenir l'imaginaire, le symbolique et le réel dès lors qu'un défaut de nouage met l'une en position d'inventer un savoir y faire sinthomatique, laissant en revanche l'autre à la merci d'un effet de trou dans le corps.
Qu'il s'agisse de solutions ordinaires ou de solutions extraordinaires nous ne pourrons pas avancer dans l'élucidation de chaque configuration singulière, sans le secours des concepts. Les incidences de la présence de l'analyste, de sa présence incarnée, de la mise en jeu de son corps dans l'expérience, font signe d'une formation qui relève de l'orientation lacanienne.

Deux collègues ont accepté de présenter une contribution
Sophie Gayard : S'en passer
Laurent Dupont : Un grand trou dans le ventre

Soirée animée par
Esthela Solano-Suarez
[1] J. Lacan, "Ouverture de la Section clinique", texte établit par J - A. Miller, Ornicar ? N° 9, avril 1977
 LA SÉLECTION DU MESSAGER
CONGRÈS DE LA NLS
AUTOUR DE L'INCONSCIENT
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LA CLINIQUE HORS-LES-NORMES
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8 AVRIL ORLÉANS
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AVEC OU SANS LES NORMES DANS LA PRATIQUE?
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FRANCESCA BIAGI-CHAI INVITÉE DE L'ACF MAP

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